I focus precedenti

Perché i fermi programmati diventino una leva strategica per concentrare gli interventi senza bruciare ordini serve una preparazione accurata a monte: definire cosa monitorare sugli impianti, leggere i segnali di degrado, trasformarli in una lista di attività da eseguire nelle finestre di stop programmato e agganciare a quel piano ricambi e inventario. A quel punto la domanda guida non è più «quanto abbiamo perso fermandoci?», ma «quanti guasti abbiamo evitato nei prossimi mesi?»
Per passare feste serene, chi guida le operations deve prima programmarle: analizzare il portafoglio clienti, selezionare le referenze critiche e disegnare una copertura di stock coerente con i picchi di domanda. In mezzo ci sono magazzini da tenere sotto controllo, sistemi digitali che aiutano a leggere le giacenze reali e finestre di stop da trasformare in occasione per interventi e riordino. La vera prova arriva poi a gennaio: avere impianti già pronti a lavorare conta più delle ore ‘perse’ durante la pausa natalizia
L’Oee è diventato la metrica di riferimento per misurare ‘quanto rende’ un impianto, ma troppo spesso resta un numero da esibire in report e confronti tra stabilimenti. Il salto di qualità arriva quando lo si usa per scomporre in modo sistematico le perdite traducendolo in una diagnosi operativa. Leggere l’indice come il risultato di processi efficaci significa chiarire responsabilità tra produzione, manutenzione e ingegneria
Misurare l’efficienza con un solo numero è comodo, ma porta a un rischio: trasformare l’Oee in un totem e perdere di vista dove si gioca davvero la partita, cioè sulle perdite che bloccano capacità, servizio e margini. I direttori operations devono usare l’indicatore come una radiografia: leggere i dati per linea e prodotto, collegare produzione e manutenzione, mettere in fila supply chain, magazzini e turni di lavoro
Un’impresa può finire in amministrazione giudiziaria non tanto per lo sfruttamento che pratica, quanto per quello che tollera lungo la filiera. La difesa parte tutta dai processi: mappare fornitori e subappalti, introdurre check standard su paghe, orari e sicurezza e farli valere nei contratti e nella rendicontazione interna, affinché la legalità diventi un criterio operativo di gestione della supply chain
Volatilità, tensioni geopolitiche, vincoli normativi: per affrontare queste sfide anche i fornitori sono una leva strategica nelle mani degli operations. Ma non si tratta di scegliere solo i più affidabili (e meno cari), quanto di costruire un portafoglio che diversifica i rischi. La flessibilità è efficace solo se progettata e misurata, anche quando costa un po’ di più: perché investire nei partner permette loro di crescere ed essere a loro volta resilienti
Quando una realtà entra nel perimetro del gruppo, entrano subito ‘in casa’ anche i suoi rischi regolatori, ambientali e sociali. Da quella lettura non discende soltanto un eventuale sì o no all’operazione, ma il conto di lungo periodo: quanto peseranno su fabbrica e filiera gli adeguamenti richiesti, quali cambi di processo e quali scelte sui fornitori serviranno, con quali tempi. L’adeguamento passa soprattutto da procurement e riprogettazione, ma sta in piedi solo se aggancia anche una cultura aziendale condivisa
Crescere per linee esterne significa anche affrontare una sfida: trasformare un’operazione raccontata in termini di sinergie in risultati che tengano in fabbrica (e sul conto economico). Qui i direttori operations diventano il perno della partita: leggono la logica industriale, analizzano plant e reti logistiche, decidono dove ‘esportare’ il proprio modello e dove lasciare che sia l’acquisita a dettare lo standard. L’obiettivo? Coniugare efficienza produttiva, risposta al mercato e persone